Come un pesante sipario, che si apre lentamente con maestosa eleganza, i miei occhi, ristorati e appagati dal sonno, mi avvertono che la notte si è nuovamente celata sotto il velo del giorno. I raggi del sole filtrano con persistenza attraverso le persiane, tanto da veder particelle di polvere sospese nell’aria soffocante della camera. Riacquisto lentamente la percezione dell’udito, sicché i suoni del mattino, come una centrifuga, si insinuano gradualmente nelle mie orecchie: gli uccelli, con cinguettio sereno, accolgono i colori celestini del giorno, mentre i clacson delle macchine annunciano il risveglio della vita. Sono ancora precariamente in bilico tra la veglia e l’onirico.
Ma inaspettatamente questo magico momento si dissolve. Il mio inno personale all’astro più luminoso del sistema solare precipita con foga nelle più profonde gole dell’Ade, costringendomi, mio malgrado, a realizzare. Lui non c’è più. La sua piccola porzione di letto è vuota, le lenzuola sono ben piegate. Accompagno lo sguardo verso la sedia accostata alla parete, quella che la scorsa notte custodiva come reliquie i suoi indumenti. Anche quelli: volatilizzati. Solo ora mi rendo conto che per tutta la camera alloggia la dolce fragranza di melograno del suo dopobarba, quello che probabilmente si sarà frizzionato sulle guance questa mattina poco prima dell’alba. La malinconia mi fulmina, perciò socchiudo gli occhi e con pesanti gesta del mio braccio destro esploro l’altra parte del letto, afferrando quel cuscino appartenutogli quando ancora l’oscurità faceva di noi due splendide civette notturne; me lo porto al viso annusandolo, fiducioso di trovar anche solo una minuscola fibra di tessuto che sa di lui. Inspiro forte, e con gioia percepisco l’odore della sua cute… la notte si è consumata!
E, con mia sorpresa, emergono anche i dolori alle più disparate parti del mio corpo come fossero pugnalate. Le fitte alle costole iniziano a pulsare, i muscoli del collo sono contratti, come anche quelli dell’avambraccio destro…
- Ma che diamine abbiamo combinato questa notte?
Esulto con un tono che si accosta al tragicomico. Il panico mi sveglia completamente. Mi tiro sù con il busto, appoggiandomi allo schienale del letto, in modo tale che possa analizzare in lontananza quelle strane ferite di guerra allo specchio: osservandomi noto a metà collo dei piccoli ematomi. Girando le braccia, il mio sguardo cade verso i polsi: incredulo mi chiedo cosa diavolo siano quelle strane sagome che ricordano vagamente delle dita. I capezzoli risultano essere duri e gonfi.
Ecco che, insieme ai dolori, emergono anche più nitidamente gli attimi travolgenti e, per immergermi meglio nei ricordi, chiudo gli occhi:
Stringendo forte la mia mano, mi precedi salendo i gradini a passi veloci, mentre con mina accanttivante guardi indietro. Ti fermi all’ultimo scalino senza preavviso, tanto da farmi balzare in avanti, e mi baci con le tue labbra carnose. Prendo l’iniziativa e inizio a farti strada verso quello che sarà il nostro nido. Mi fermo! Ora, scaraventandomi con la schiena alla porta, sono io a baciarti con aggrassività tale da ricordare un leone affamato intento a divorare l’antilope di turno. La quantità di adrenalina che circola nel mio sangue è tale da farmi perdere completamente la concentrazione: non trovo le chiavi! Cerco impazientemente dentro la tracolla. Travate. Non appena la serratura scatta, tu mi spingi dentro. Lascio cadere chiavi e borsa al suolo.
La velocità con cui raggiungiamo il letto è pari al movimento che compiono le ali di un kolibrì, tanto che sembriamo planare su di esso. Mentre ci denudiamo continuiamo a baciarci. Percepisco il rigonfiamento del tuo membro attraverso i jeans. Intanto mi sfili la prima scarpa che vien via con tanto di calzino. Ti offro un aiuto, sfilandomi l’altra. Inizia a mancarmi il repsiro per i nostri innarrestabili baci. Sento il tuo affanno. Siamo ancora vestiti dal busto in sù: io con la t-shirt, tu con la camicia. Ci arrestiamo un secondo, come a voler fare il punto della situazione. Ci guardiamo. Inizio a sbottonarti gli indumenti con gesta che rassentono l’immobilità. Ammiro i tuoi pettorali ancora semi nascosti sotto la camicia di lino. Vi ci passo una mano per sfiorarli.Tu fremi dalla voglia, lo sento benissimo. Mi vorresti ora, all’istante. No! Aspetta, abbi pazienza. Bisogna gustare ogni singolo attimo. Impara! Con foga animalesca immobilizzi i miei esili polsi ed inizi ad esplorare il mio collo.
No! Frenati. Non così. Riesco a divincolarmi dalla tua minacciosa stretta. Comando io! Ed io me lo voglio gustare. Voglio che questa notte di passione mi trapassi come un torrente di lava che si fa stradra lungo il pendio di un vulcano. Non mi pari soddisfatto. Fremi. Mi abbracci, e lasci sprofondare le tue unghie, paragonabili a veri e propri artigli, nella mia carne, sfregiandomi il fondo schiena. No! Sii razionale. Riesco ad attutire la tua violenza sessuale. Ti faccio stendere sul letto. Attendo un po’ e poi inizio ad avvolgerti con un leggero sofio della mia bocca, dall’addome in sù verso il collo, il tuo orecchio destro, cambio direzione dirigendomi verso la tua cavità ascellare. Non riesci a trattenere un sorriso. Ti guardo intensamente. Ti fulmino. Sei mio! Accosto affabilmente le mie labbra alle tue, lasciando che la mia lingua si insinua tra i tuoi denti in cerca della tua. Trovata! Le lasciamo roteare con lievissimi movimenti circolari. Sento un tuo gemito. Non riesco più a trattenermi. Ora sono io a stendermi sul letto in attesa che tu prenda l’iniziativa. E non tardi. Strappi con i denti ben in vista la confezione del preservativo. Io sono in attesa. In attesa che l’estasi rapisca non solo il mio insignificante involucro, ma anche la mia psiche. Divento tuo. Sei troppo veloce. Ma mi piace. Sento le gocce del tuo sudore bagnarmi le cosce, quest’ultime fortemente ancorate ai tuoi fianchi atletici. Mi perdo. I movimenti del tuo bacino son talmente bruschi che, ogni volta che si giunge al contatto, è come se una minuscola bomba atomica si tetonasse sulle mie costole. Mentre mi ami inizi a baciarmi, o meglio, a divorarmi. Per un istante temo che tu sia diventato un vampiro. I tuoi canini aguzzi si cibano del mio collo, tanto da percepire su quest’ultimo una forte pressione. Questa sensazione va a sommarsi al movimento del tuo corpo, sicché io mi perdo definitivamente. Lascio cadere la mia testa fuori dal letto. Ad intervalli sento un calore nelle parti basse. Rallenti. Rallenti. E sempre più. Rallenti. Ti fermi! Entrambi diamo tregua al fiatone. Grondi di sudore, ed io lo accolgo come un bacino d’acqua. Sono la tua cisterna. Ti stendi al mio fianco. Siamo troppo esausti per compiere qualsiasi movimenti elementare. Mi coccolo sotto il tuo braccio, per ricevere tua protezione.Ci addormentiamo.
Ed ora, eccomi qui. I ricordi vanno sfumando e la mia mente si riassesta. Solo di una cosa mi sono pentito… ieri sera avrei voluto chiedergli il nome, quello reale… ma mi sono dato per soddisfatto quando mi rispose con un semplice:
- sono la tua parte riflessa nello specchio…
pubblicato la prima volta su Netlog: marzo 2008

Nessun commento:
Posta un commento